15. MILANO DA VOMITARE

Una delle differenze principali tra Milano e Napoli è che a Milano puoi concederti il lusso di non avere la macchina.
A Napoli se non hai la macchina non esisti. Non potrai mai uscire con una ragazza (che probabilmente misurerà la tua virilità in base all’auto che hai e al tuo stile di guida), non potrai mai uscire la sera e tornare a casa tardi.
Da quando Clelia mi ha lasciato ho scoperto il piacere di andare a ballare. Lo faccio quasi per dispetto nei suoi confronti.
Si è sempre lamentata della nostra vita sociale e del fatto che non la portassi mai a ballare. Facile da dirsi, difficile da farsi con Clelia che ogni weekend era troppo stanca e annoiata per uscire di casa.
Io avevo una voglia matta di uscire e conoscere gente nuova e di approfondire i rapporti con le persone che già conoscevamo e con le quali non si era mai andati oltre la superficialità.
Nulla di tutto questo rientrava nella nostra vita di coppia. Per amore mi accontentavo di passare i weekend a casa sua come una vecchia coppia di sposi a mangiare schifezze e guardare film.
Mi andava bene così. Mi bastava avere lei per rilassarmi dallo stress di una settimana di lavoro. Mi bastava e tutto andava per il verso giusto.

Mi infilo sulla 90 con Claudio e Federico. Uno di quei personaggi mitologici che alla soglia dei 30 anni vanno ancora in giro con i capelli lunghi e arruffati e gli stivali di pelle anche quando fa caldo e basta respirare per sudare. Fede si nutre di alcol e non ha alcun limite quando beve.
Mangia solo kebab e Big Mac perché farsi un piatto di pasta è un’impresa troppo impegnativa, così come riordinare la minuscola stanza in cui vive o piegare i vestiti e metterli nell’armadio.
L’armadio di Fede è la scrivania.
Salire sulla 90 di notte è come fare un viaggio veloce nella nuova Milano. Immigrati africani che lavorano di notte in qualche cantiere; gruppi di adolescenti sudamericani che si riuniscono in bande stile Bronx e camminano con lo stereo che manda musica hip-hop a palla; turchi che guardano il culo a ogni ragazza che sale sul bus e ti costringono a sorbirti la musica popolare del loro paese direttamente dall’altoparlante del cellulare.
E poi ci siamo noi, giovani meridionali senza un soldo in tasca e senza auto. E in una situazione come questa sembriamo quelli meno fuori luogo.

Il nostro locale preferito è uno di quei circoli Arci popolato da punkabbestia e nostalgici comunisti e casualmente frequentato da fighettine di legno e tipi in giacca e cravatta. Difficile capire cosa ci vengano a fare.
Giro tra la folla col primo Mojito tra le mani e studio la popolazione femminile del posto. Il dj è un pazzo con la camicia stropicciata e gli occhialini da sole che mette insieme senza ritegno pezzi di Battiato e hit di Britney Spears.
Ballo e me ne fotto se posso sembrare ridicolo. Ballo e bevo alla faccia tua cara Clelia. Mi avvicino a due fighette di legno che sbattono i loro culi di pietra in mezzo alla pista.
La bionda e la mora. Il prototipo delle veline vuote e stupide.
Che cazzo ci siete venute a fare in un posto come questo? Andate a farvi inculare da qualche ricco figlio di papà milanese al Plastic. Andate a sniffare cocaina sui sedili in pelle delle loro Porsche.
Mi avvicino fino a sentire il culo della mora a due passi da me. Stringo il Mojito tra le mani e mi dimeno inutilmente per farmi notare. Lei fa finta di niente e intanto attorno al suo culo di pietra si è fatta la folla.
A un tratto si gira e mi parla in un orecchio.
- Potresti farti un po’ più in là per favore?
Come? Ma alza il culo e vattene. Io non sono più un moscerino e nessuna donna potrà mai rivolgersi a me così!
- Hai tutto lo spazio che vuoi davanti a te. Vai dove cazzo ti pare e non rompere.
Godo nel trattarla male. Io che non mi sono mai comportato male con una donna e che le ho sempre trattate coi guanti.
Mi guarda con la sua faccetta da troia ferita e si rimette a ballare senza spostarsi di mezzo millimetro.
Non ho ancora finito con te.
Mi avvicino di nuovo al suo inutilissimo culo e le metto una mano sulla spalla.
- E comunque non te la tirare troppo.
- Io non me la tiro mica, ti ho solo chiesto di spostarti.
- Vai a C A G A R E!
Mi allontano e vado a cercare Claudio e Federico. Qui ci vuole un altro Mojito. Questa sera il barman dai capelli rasta indossa una riproduzione della maglia del Napoli di Maradona con tanto di numero 10 in bella vista.
- Diego fammi un Mojito!
- Non mi chiamo Diego… – ride.
- Ok! Maradò fammi un Mojito.
Passeggio tra la pista col mio secondo cocktail e mi avvicino a una tipa mora e in carne che sta subendo un tentativo di rimorchio da un tipo che sembra più sfigato di me.
Mi metto alle spalle dello sfigato e con la mano libera mimo il gesto del bla bla bla.
La mora mi guarda e ride, mentre il tipo le si butta addosso e cerca inutilmente un approccio. Sconsolato e ferito nell’orgoglio se ne va via con la coda tra le gambe.
Mi avvicino alla mora e attacco bottone.
- Immagino che cose interessanti deve averti detto…
Ride mostrando tutti i denti. Questa è napoletana, me lo sento dentro. Noi napoletani ci annusiamo e ci riconosciamo subito. Ce l’abbiamo scritto in faccia che siamo figli del Vesuvio.
- Ma sei napoletano?
- Si sente tanto eh?
- Io sono di Ischia.
- E che ci fai qui a Milano?
- Lavoro in un’agenzia di comunicazione, mi occupo di organizzazione eventi.
- Anche io lavoro in comunicazione. Faccio il copy in un’agenzia di pubblicità.
- Ma dai?
Ma dai? Ma perché rimanete tutte stupite quando vi dico quello faccio. Dire che lavori in pubblicità fa ancora così figo? Bè, se continuo a spacciarlo per il mio lavoro anche ora che non lo è più, vuol dire che dentro di me so benissimo che non facevo un lavoro comune. Agli occhi di chi lavora in un’azienda e si ritrova a fare ogni giorno le stesse cose meccanicamente, deve sembrare davvero interessante e speciale fare un lavoro creativo.
Sto per allungare una mano sui suoi fianchi quando arrivano quei rompiballe di Claudio e Federico.
- Oh, che cazzo di fine avevi fatto? Andiamo fuori a fumare dai.
- Arrivo arrivo…
Allungo la mano verso la mora e mi presento.
- Comunque piacere, io mi chiamo Diego.
- Piacere, Carmela.
Carmela! Ma tu non sei napoletana tesoro. Tu sei un concentrato di napoletanità.
- Ci becchiamo dopo ok?
- Ok, a dopo.
Non scappare eh?
Claudio e Federico sono già pronti con una canna d’hashish tra le mani. Federico ha in mano un Long Island e un Rhum e Coca.
- Ma uno non ti bastava?
- Meglio essere previdenti. Magari mi viene voglia di un altro cocktail dopo che ho finito il primo e intanto al bancone s’è creata troppa fila.
- Tu non sei normale…
Claudio mi passa la canna e coglie l’occasione per pontificare sul mio rapporto con le donne.
- Allora, ci stavi provando con la mora?
- L’ho appena conosciuta.
- E che aspetti che te la metta in faccia?
- Magari!
- E datti una mossa cazzo, è la tua serata.
Sento lo stomaco contorcersi. Due mojito e una canna a stomaco vuoto non sono una bella idea per le mie budella.
Non riuscirò mai a provarci con nessuna se non mi faccio aiutare dall’alcol. Sono troppo timido e poco abituato a queste cose. Ho bisogno di una mano liquida. Allungo la mano verso il Long Island di Francesco e faccio un sorso lunghissimo.
- Oh stronzo, non me lo finire!
- E chi te lo finisce, volevo solo controllare che fosse buono.
- Sì, come se ne capissi qualcosa tu.
Mollo i due fattoni alla loro seconda canna e torno a cercare Carmela. Mi faccio strada tra la folla alcolica e sudata e comincio a sudare come un maiale. Arrivo nella sala grande e sento i piedi che mi stanno abbandonando lentamente. Barcollo ma non mollo.
Carmela è al centro della pista, circondata da un paio di amiche dall’aria timida.
Mi avvicino e le sfodero un sorrido smagliante. Lei ride e continua a ballare. Lentamente le allungo la mano su un fianco e ballo seguendo il suo ritmo. Ridendo mi guarda e mi fa no con la testa.
Tolgo la mano immediatamente, perché non sopporto l’idea di un altro rifiuto. E’ quello che mi fotte. Ci sono ragazzi che in una serata ci provano anche con venti donne di fila e non si stancano mai di farsi dire no. Tra tanti no, per un banalissimo calcolo della probabilità, prima o poi deve arrivare anche un sì.
Adesso ci riprovo. Rimetto la mano sui suoi fianchi e stringo. Mi guarda con aria minacciosa e gentilmente fa di no con la testa. Non è possibile, neanche con una che ha il mio stesso Dna mi va bene!
Senza neanche avere in coraggio di guardarla dritta negli occhi mi allontano da lei e vado verso i divanetti. Mando giù quel che resta del Mojito e sento la testa che non mi regge più. Vedo tutto opaco e il volume della musica sembra tutto a un tratto troppo forte.
Mi accascio a terra con le gambe divaricate. Butto la testa all’indietro e la sento pesante come un macigno.
Vedo passare Federico e cerco di farmi sentire tra la musica e le voci. Non sente un cazzo, ma per fortuna butta casualmente un occhio verso di me. Gli faccio cenno con la mano di avvicinarsi.
- Tutto bene?
- No, per niente. Accompagnami fuori che mi gira la testa.
Mi prende sotto braccio e una volta fuori facciamo due passi per provare a vedere se con un po’ d’aria fresca mi passa la sbronza.
- Ma che vai fuori con due Mojito?
- Di solito li reggo, ma ho bevuto a stomaco vuoto.
- E perché secondo te io ho mangiato?
- Ma tu sei un animale.
Mi butto sulla prima macchina che trovo, poggio le mani sul cofano e cerco di vomitare inutilmente. Mi infilo le dita in gola ripetutamente ma l’unica cosa che riesco a tirar fuori è della saliva giallastra.
Cado a terra con la voglia di lasciarmi andare. Vorrei morire qui, in questo istante, di una morte stupida e poco degna. Vorrei morire perché ho gettato al vento la mia vita. Io non ci sono più in questo mondo. Non ho un posto dove vorrei realmente essere, non ho una donna che mi aspetta, non ho un lavoro e non so nemmeno se lo voglio. E’ tutta colpa mia. Piango e mi maledico perché vorrei dare via un braccio per poter tornare indietro nel tempo e cambiare le cose. Se solo fossi stato meno negativo mentre stavo con Clelia. Se invece di piangermi addosso e di vedere tutto nero, mi fossi goduto quello che avevo miracolosamente ottenuto, a quest’ora non sarei qui per terra a desiderare la morte.
Vieni a prendermi, perché io non appartengo a questo mondo. Sono sempre stato troppo diverso dagli altri, troppo fragile per vivere la vita. Uccidimi lentamente e senza dolore, lasciami andar via da questa tristezza che mi toglie il fiato.
Voglio morire come le star. Come Jim Morrison, come Kurt Cobain e Jimi Hendrix. Voglio morire a 27 anni, da maledetto, da angelo ribelle con le ali spezzate.
Ma io non sono una star…loro a 27 anni avevano conquistato il mondo e lasciato un segno indelebile e immortale. Io a 27 anni ho scritto il jingle di una marca di merendine e non so se faccia più schifo il jingle o il prodotto che pubblicizza.
Piango e tiro fuori dalla gola una tosse isterica. Federico è in piedi di fronte a me, ride come un idiota e intanto mi scatta foto col cellulare per lasciare un ricordino dei postumi ai posteri.
Arriva anche Claudio che mi prende le mani e tenta inutilmente di farmi rialzare.
- Dai coglione, rialzati che devi vomitare.
- Non ci riesco cazzo, non ci riesco!
- Ma sì che ci riesci. Infilati una mano in gola e ti faccio vedere che ci riesci. E se non ce la fai ti do tanti di quei cazzotti nello stomaco che dovrai vomitare per forza.
Mi rialzo su a stento e mi appoggio al primo muro che trovo. Infilo tutta la mano in gola e caccio fuori un altro po’ di schifezza giallastra.
Tiro un cazzotto al muro. Poi un altro ancora e un altro ancora. Cambio mano e comincio a fare la stessa cosa a ritmo incessante. Ho le nocche sbucciate e vedo delle dolci gocce di sangue colarmi giù dai bordi delle mani.
Il dolce sapore dell’autolesionsimo: il modo migliore per sfogare la propria rabbia senza far del male a nessuno. Meglio distruggermi le mani che incazzarmi con il resto del mondo.
Anche da adolescente mi sfogavo così. Tiravo cazzotti alle porte di casa e alle pareti, mi tagliavo le nocche delle mani con la lametta per la barba. Sfogavo sulle mie mani inadeguate e tremolanti il mio senso di vuoto. Quando il sangue scorre via è come una liberazione: ti purifichi, ti svuoti, rinasci. Guardi le cicatrici che si formano poco dopo e il loro lento rimarginarsi che ti lascia un ricordo del tuo dolore, di quello che sei stato e che non vuoi più essere.
Penso ai miei genitori. Penso che se non mi avessero mai proposto di andare a lavorare in azienda a quest’ora forse non sarei in queste pessime condizioni. Vorrei odiarli ma non ci riesco, perché io mi sono lamentato fino allo sfinimento. E’ come la storiella di al lupo, al lupo! Prima o poi ne devi pagare le conseguenze.
Mi asciugo gli occhi con una mano e poco dopo sento il sapore amaro del sangue che si mischia alle lacrime.
Una tipa sui 35 si avvicina e mi accarezza la testa.
- Che è successo? Hai bevuto troppo?
Non riesco neanche a girare la faccia e a risponderle. Continuo a tirare cazzotti al muro, incurante del sangue che scorre via sempre più abbondante.
- Dai sfogati che ti fa bene. Vedrai che dopo starai meglio. Hai bisogno della carezza di una donna.
Cazzo se ne ho bisogno! Ne ho bisogno come l’aria. Io da solo non mi basto, non ho mai combinato nulla di buono senza una persona accanto che mi sostenesse.
- Hai bisogno della carezza di una mamma. Sai quanti anni ha la mia bambina? Ne ha 16.
Tiro fuori una risata stranissima e totalmente fuori luogo. Non c’è proprio nulla da ridere. Persino nelle mie condizioni riesco a fare due conti e a capire che deve essere rimasta incinta intorno ai 18 anni. E chissà con quanta forza deve aver affrontato una gravidanza a quell’età. Ha proprio l’aria di chi si fa in quattro per mantenere la figlia. Mi sembra di vedere la sua storia nei minimi dettagli e mi vergogno. Mi vergogno perché a differenza sua sono un senza palle, uno che non sa prendere di petto le situazioni e che non sa gestire i propri sentimenti inquieti.
Mentre rido sento lo stomaco che si apre e la gola che mi brucia. Finalmente arriva il vomito a liberarmi lo stomaco e a salvarmi da questo incubo.
Lentamente torno alla vita e capisco il senso della mia rabbia. E’ voglia di vivere, è voglia di riprendermi quello che era mio e che mi spetta. Non è giusto che debba uscire con le ossa rotte da una storia d’amore, mentre Clelia è chissà dove a spassarsela con un altro
Voglio mollare il lavoro in azienda e provare a tornare indietro. Esigo una seconda possibilità.

6 Risposte a questo post.

  1. Pubblicato da LaTuaLettriceParticolare in settembre 7, 2009 alle 10:20 pm

    tutti abbiamo sempre una secondo possibilità..sta nel saperla cogliere..sta a noi..
    ank io dovrei reagire a qst senso d impotenza…è ke dobbiamo trovare la forza in noi stessi..dovremmo..
    ce la puoi fare..ce la DOBBIAMO fare..

    Replica

  2. No, non “dovete”, è questa la particolarità: “potete”, che è diverso.

    Ma “volere è potere”, e se voi non avete intenzione di dare alla vita una svolta diversa, di smettere di aspettare una mano esterna, un surrogato di mamma che vi ritiri su dal baratro in cui andate a cacciarvi credendo che si fa così, che fate i fighi, che così vi date un tono.

    A una ragazza come si deve (come forse era Carmela) ci si propone dicendole “mi ha fatto piacere parlare con te, ti va di rivederci?”, e non allungando le mani..

    Lascia perdere fesserie del tipo canne a alcol a stomaco vuoto, quello è lo strumentario del coglione, non di un uomo; e se puoi, cambia pure appartamento, ‘sta gente non ha una gran buona influenza su di te: forse qualcuno più responsabile, che non ha paura di guardare in faccia la vita e chiamarla col suo nome, ti gioverebbe di più.

    Scusa la franchezza, ma io sono per il baglioniano “ed in qualunque sera ti troverai non ti buttare via”: buttarsi via non è mai una soluzione.

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  3. Pubblicato da LaTuaLettriceParticolare in settembre 8, 2009 alle 8:40 am

    probabilmente non lo è..hai ragione..
    ma ti sei mai titrovata completamente ubriaca,cn addosso gli effetti d una canna,in un momento della tua vita ke nn è stato particolarmente felice?beh,è DEVASTANTE ma anke liberatorio..so\sappiamo ke nn è la cosa giusta da fare,ma va così..la vita è anke piangere avendo in circolo 2 mojotos e inveire contro un muro.

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  4. Pubblicato da Anonimo in settembre 9, 2009 alle 10:24 am

    Leggendo questo capitolo mi sembra di essere tornata a qualche settimana fa….stavo proprio parlando con un mio carissimo amico di ciò….anche lui è combinato preciso a te….è single da più di un anno….e rimasto senza lavoro da qualche mese….si è pure slocato una caviglia e quindi ha dovuto tenere la gessatura per diverse settimane…e altri problemi in famiglia….stress, nervosismo…e si ci mette pure lui a farsi le canne con gli amici….identica situazione….solo che adesso lui ha la consapevolezza di aver fatto un’enorme sciocchezza e vuole smetterla con tutta sta roba schifosa che vi mangia i neuroni e che non vi fa stare per niente bene….anzi….peggiora solo le situazioni….me l’ha promesso e sta cercando di uscirne…ed io sono contenta per lui, ma non perchè me l’ha promesso, ma solo per il fatto che adesso ha capito che di vita ne abbiamo una sola e ce la dobbiamo salvaguardare….io non voglio farti nessuna ramanzina o discorso o predica, anche perchè sei più grande rispetto a me, e quindi ci arrivi da solo a capire certe cose, cmq….io la penso esattamente come Diemme….autodistruggendovi non risolvete nulla e fate stare male anche le persone che vi vogliono veramente bene, come la famiglia e gli amici veri….non quelli che vi supportano per certe scelte sbagliate….e che sono contenti se vi vedono stare male anche per 2 mojito….riflettici!

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  5. Pubblicato da peterpanestatoqui in settembre 9, 2009 alle 10:42 am

    ma non pensate che tutto quel che io scriva sia vero eh? :-)
    potrebbe anche essere tutto o parte un semplice frutto della mia immaginazione!

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  6. Pubblicato da Maria Rosa in settembre 15, 2009 alle 10:41 am

    O immaginazione o realtà….la mia opinione non cambia molto a riguardo…..
    P.S. Come mai nel mio commento risulta la voce Anonimo e non Maria Rosa?

    Replica

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